Intorno ai giovani

Dall’Introduzione al saggio “Gli abiti del disagio” (2000), parzialmente rivista. Se i giovani spesso non ci piacciono, così come sono, non è certo perché essi nascano naturalmente distinti tra “buoni” o “cattivi”. È piuttosto perché, spesso, dietro ai cattivi allievi si nascondono dei pessimi maestri. Troppo spesso l’approccio al mondo...
Dall’Introduzione al saggio “Gli abiti del disagio” (2000), parzialmente rivista.
Se i giovani spesso non ci piacciono, così come sono, non è certo perché essi nascano naturalmente distinti tra “buoni” o “cattivi”. È piuttosto perché, spesso, dietro ai cattivi allievi si nascondono dei pessimi maestri.

Troppo spesso l’approccio al mondo giovanile, di per sé mutevole e multiforme, tende a privilegiare due prospettive opposte, entrambe riduttive e fuorvianti.

Da un lato, infatti, ci si “ricorda” dei giovani solo quando essi sono protagonisti di episodi di cronaca (per lo più legati alla cosiddetta “area della devianza”) che attirano l’attenzione di mass media ed esperti che per qualche giorno li conducono alla ribalta, traendoli dall’indifferenza generale in cui sono solitamente relegati. In questi casi, l’atteggiamento prevalente è quello che tende a esaltare in modo spettacolare quegli aspetti deteriori delle esperienze aggregative giovanili maggiormente funzionali all’intrattenimento mediatico o al dibattito di circostanza. In questi casi, inoltre, si tende con estrema superficialità (anche nelle sedi cosiddette “di approfondimento”), e in modo “rassicurante”, a scaricare sui giovani le responsabilità, confondendo, talvolta per dolo, talaltra per colpa, gli effetti con le cause, i sintomi con il morbo.

Dall’altro lato, invece, troppo spesso si guarda al mondo giovanile con quella benevola indulgenza tipica di chi ritiene, paternalisticamente, che i giovani siano “sempre gli stessi”, sminuendo o mal soppesando la reale portata di alcuni comportamenti, soprattutto quelli violenti (vedi il caso del teppismo da stadio, delle manifestazioni di razzismo e xenofobia, ecc.). Questi comportamenti giovanili, che raggiungono livelli di barbarie allarmanti, e insieme deprimenti, vanno considerati, invece, come segnali che ci avvertono dell’esistenza di alcune disfunzioni sociali. Essi, che per la loro cieca radicalità minano le basi stesse della civile convivenza democratica, infatti, palesano un alto grado di divergenza rispetto ai valori socialmente condivisi e non sempre trovano origine nella marginalità economica, sociale, culturale e psicologica dei contesti di vita più estremi.

Parlare di giovani muovendo da questi due punti di vista prevalenti è, pertanto, a mio modesto avviso, ancor prima che riduttivo, semplicemente inutile. Tra un atteggiamento “di condanna” aprioristica e uno “di comprensione” giustificatoria, come in tutte le situazioni, esiste una posizione intermedia lucidamente equidistante dai due estremi opposti. Come dicevano gli antichi: “in medio stat virtus”.

Ora, da quanto si è sin qui detto, emerge che il modo migliore di indagare tra le variegate e sfuggenti forme espressive giovanili sia quello di scendere al di sotto della superficialità delle apparenze, cercando, per quanto possibile (il più possibile), di togliersi di dosso quel bagaglio di pregiudizi, ideologie e categorie pre-definite che normalmente ci orientano nel nostro vivere quotidiano e nella lettura della realtà. L’errore che più frequentemente si compie, guardando al mondo dei giovani, è quello di arrestarsi al di qua della linea di confine tracciata dai media e dalla pubblica opinione. Se, infatti, sono in molti a parlare di giovani, solo in pochi si sforzano concretamente di entrare in contatto con questo microcosmo sociale, di conoscerne i codici, i linguaggi, le ragioni. Il mio contributo cerca di andare in questa seconda direzione. Esso, cioè, cerca di addentrarsi nel disagio, nell’insofferenza, nella marginalità, o nella semplice, spasmodica voglia di futuro da consumare “qui e ora” che contraddistingue una parte considerevole del mondo giovanile.

Solo così sarà possibile scorgerne la reale complessità, cominciando a distinguere le componenti secondo cui esso si articola, nelle sue infinite sfaccettature e varietà. Solo in questo modo, in altre parole, si riescono a decifrare e a comprendere con maggiore nititdezza le culture e le subculture che lo compongono.

Parlando delle varie e distinte esperienze aggregative giovanili, preferisco utilizzare la categoria «subcultura giovanile», poiché, a mio avviso, rende meglio conto del carattere esclusivo, «sotterraneo» e spesso «esoterico» che le rappresentazioni di molti gruppoi assumono spesso per i giovani che ne fanno parte.

Per «subcultura giovanile», comunemente, si intende uno specifico e ben riconoscibile gruppo di giovani legato all’impiego del tempo libero che si pone come spazio sociale e culturale parallelo agli altri ambiti sociali (la famiglia, la scuola, il mondo del lavoro ecc.). Nella subcultura giovanile l’identità si costituisce a partire da una serie di elementi culturali comuni (l’abbigliamento, il gergo, il genere musicale fruito e prodotto, beni e pratiche di consumo peculiari, ecc.) e si sviluppa attraverso un processo costante di interazione e reciproca influenza tra gruppo giovanile, media e istituzioni: tra «underground» e «mondo ufficiale».

Generalmente, la subcultura giovanile non è portatrice di un sistema di valori contrapposti a quelli dominanti nella società e non persegue finalità o strategie di tipo politico, né in senso stretto né in senso lato, ma è dotata di una propria “ideologia”, cioè di una rappresentazione sociale che definisce aprioristicamente i rapporti tra gli individui, il gruppo e la società in termini di in-group vs out-group (identità vs. alterità).

Negli ultimi decenni le esperienze aggregative giovanili (in Italia come nel resto d’Europa e del mondo) hanno seguito l’ambivalente tendenza di sviluppo della società contemporanea occidentale.

Se da un lato, infatti, la globalizzazione ha reso prevalenti, fra i giovani, beni di consumo, linguaggi, aspirazioni e stili di vita sempre più omogenei e sempre più improntati su tipici modelli anglosassoni, dall’altro lato tale andamento si è accompagnato a un fenomeno progressivo di “segmentazione” e di accentuazione del particolarismo sociale.

Inoltre, se è vero, come è vero, che le identità degli individui sono, per lo più, il prodotto delle strutture e dei modelli culturali propri della loro società di appartenenza, risulta evidente come oggi le identità giovanili si costruiscano a partire da una relazione dinamica e circolare tra una molteplicità di livelli di appartenenza.

Nei giovani infatti, oggi, si intrecciano in diversa misura l’appartenenza generazionale, quella etnica, quella territoriale, quella socio-economica, quella politica, quella culturale, quella ideologica, quelle di genere e di orientamento sessuale ecc., oltre alle influenze dei processi comunicativi di massa. Il problema dell’identità, quindi (oltre che al rapporto che si instaura tra gli individui e il sistema di valori e di norme dominanti) è oggi strettamente legato anche alla partecipazione dei giovani ai differenti e numerosi sottosistemi culturali che ne definiscono le numerose e differenti sfaccettature della loro personalità, sempre più poliedrica e complessa.

La necessità insopprimibile dei giovani (come di tutti gli individui) di descrivere il senso inafferrabile dell’esistenza e di concretizzare nell’immediato la loro intrinseca voglia di futuro, determinano la creazione di sistemi di significati che tentano di rendere conto, offrendone una spiegazione plausibile, dello stato di cose in cui essi si trovano a vivere.

La radicalità dei significati elaborati da molti gruppi di giovani, spesso (ma non sempre), è connessa a una marginalità delle loro condizioni di vita. Mancano, in molti giovani, prospettive, aspirazioni e obiettivi intorno ai quali costruire la propria identità e assumere un ruolo definito e attivo nella società. I giovani, infatti, spesso privi di chiavi di lettura dell’aumentata complessità sociale, economica e culturale del contesto globale in cui vivono, ripiegano, sempre più frequentemente, lo sguardo su sé stessi e sull’orizzonte limitato della propria micro-comunità di riferimento, percependo gli altri (“outsiders” rispetto alla loro cerchia ristretta) come comodi capri espiatori, a portata di mano, su cui riversare il proprio disagio.

Nei giovani che ho incontrato, emerge spesso la percezione netta e lucida dell’esistenza di un divario profondo e incolmabile tra il “mondo del reale” e il “mondo del possibile”: cioè tra la contingenza della routine del loro vivere quoitidiano e le opzioni e i modelli che la società (in ultima analisi, le loro famiglie, le istituzioni, le aziende ecc.) offorno loro.

In linea di principio, non spetta a loro conformare un bagaglio di “possibilità”, “strumenti” e “prospettive” con cui guardare al futuro in modo sereno e costruttivo (non è mai stato così, neanche per i loro genitori… se solo fossero tanto sinceri da volerlo ammettere). Generalmente, questa responsabilità spetta ad altri.

Eppure, troppo spesso, per pigrizia, mala fede e opportunismo, la parte adulta della società preferisce “lavarsene le mani”. Dall’alto di una comoda e inossidabile posizione “gerontocratica”, si preferisce sfoggiare una retorica insopportabile fatta di certezze vuote, valori anacronistici e “lezioni di vita” disoneste. E soprattutto, ciò che è peggio, si addossando sui propri figli quelle colpe, le proprie colpe, che di certo i figli non hanno.

 

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